Prologos
Lui perfetto, in un perfetto maglione blu, in un perfetto Suv verde bottiglia (uno di quei macchinoni su cui le donne alte meno di un metroesessanta non riescono a salire, a meno di arrampicarcisi). Bello come il sole. Puntuale. Che non è poco. “Dove andiamo?” mi chiede lui, “da Bricco & Baldo per una chianina, da Tristeça per un sushi, o da Sciarmes per la cucina minimalista?” “O semplicemente minima…” dico io… Queste le sue preferenze, a me toccava la scelta. Inizio a pensare che il mio ex fidanzato, gran manciatario, preferiva la fiorentina e le sasizze, quindi Bricco & Baldo fu scartato per il timore che qualche cameriere che non si faceva i cazzi suoi, potesse fare qualche battutina. Tristeça (per favore va’ via…), scartato perché il mio ex fidanzato sarebbe sicuramente stato là, con tutto il resto di Palermo. Restava Sciarmes, ma io non ho fatto in tempo a dirlo, lo propone lui per eliminarmi l’insostenibile pesantezza della Scelta. (la scelta sarà un tema ricorrente…) Prima figura da incapace. Il peggio doveva ancora venire…
Atto I – “Della Scelta”
Arriviamo al ristorante. Gentilmente mi apre la porta e mi fa scegliere il tavolo. Ci accomodiamo. Mi chiede di scegliere il vino che preferisco alla carta. Io che di solito, pur non essendo sommelier sono abbastanza esperta, (in quanto sulla buona strada per l'alcolismo), all'improvviso: il buio. Non riuscivo a distinguere il più volgare novello da un amarone d'annata. E gli faccio: “Fai tu...” lui fa una specie di smorfia e sceglie ovviamente il vino più raro e particolare del mondo intero. Più tardi si rivelerà azzeccatissimo, ma io ancora non lo sapevo. “Cosa mangiamo?” mi fa lui. La sua scelta: sushi, a cui richiede esplicitamente di accostare aragosta, ostriche e non so quali altre chiccherie culinarie. Io almeno per non sbagliare, scelgo un banale filetto ai funghi porcini, con la scusa che faccio una dieta proteica (così se per caso non si era accorto che ero cicciotella, adesso lo sa per certo). Uno, due bicchieri e partono le chiacchiere. Mi tiene per mano, fa apprezzamenti sui miei occhi che “non sono solo belli, sono unici”. Io invece lo rimprovero perché il giorno prima in un sms mi aveva scritto: “Ottimo profumo”, commento che secondo me andava bene per chiunque e che quindi da donna così eterea, angelica e meravigliosa quale ero, non accettavo... Seguono una serie di figure retoriche, o se volete, figure di merda.
Atto II – “Dei clichè sulla coppia”
Al fine di fare cadere il discorso sui vantaggi dello stare insieme a me, me ne esco che lo avrei lasciato libero di fare quello che voleva, e testualmente pronuncio: “La libertà è fare quello che si vuole: tu con me puoi fare ciò che vuoi”. Mi guarda sbigottito e pensa.. mi avete capito. Lo giuro, non era mia intenzione! Subito dopo, non contenta, me ne esco col fatto dei clichè: “Perchè i rapporti sono pieni di clichè? …Che deve chiamare sempre l’uomo o che bisogna necessariamente attendere…?” Io intendevo dire: attendere prima di richiamarlo al telefono per non sembrare appiccicosa… ma chissà cosa ha capito lui, attendere di fare che…? Perché subito dopo mi ha risposto, ma sempre con quell’aria elegante: ”Ma in fondo è anche bella l’attesa…”. Mi sarei data pugni.
Atto III - “Il Montenero”
Note dell’Autore: contiene la Scena madre, pertanto si consiglia al lettore di andarsi a prendere un bicchiere d’acqua prima di continuare.
Sarà stata l’emozione, mi tremavano le mani, quel sorriso demenziale non me lo levava nessuno dalla faccia soprattutto considerando il tasso alcolico del mio sangue; sta di fatto che alle 10 e 39 minuti primi e 4 secondi, il suo perfetto pullover blu è stato colpito dal getto largo, efficace ed estremamente preciso del mio bicchiere di Montenero…(manco fossi stata nell’aviazione americana reparto top gun) fra l’altro, nel bilancio delle vittime, risultò colpito anche il mio imperdonabile sottogiacca nero totalmente trasparente, (considerate che ho passato tre ore per scegliere un abbigliamento il più possibile casto, ma al contempo elegante... e soprattutto raffinato…). Io: paonazza. Non c’erano parole. Solo l’onta delle mortificazioni. Indovinate che cosa mi dice lui, totalmente inzuppato: “Non ti preoccupare, tanto le toppe del maglione sono vinaccio già di loro…” Poi mi guarda meglio e mi fa: “Comunque asciugati da sola, non ti posso mettere le mani addosso!”. Proprio per non farmi ulteriormente imbarazzare, il Prince Charming, cambia immediatamente discorso. E mi parla dei suoi negozi. Decido, sopraffatta dalla vergogna per la scena precedente, di andare in bagno. Al mio ritorno, esordisco dicendo: “Le vetrine dei tuoi negozi non sono assolutamente accattivanti. Non attirano l’attenzione, né per i prezzi particolarmente vantaggiosi, né per la leziosità degli abiti. Te lo dico da donna che fa shopping, quando passo da via Ruggiero Settimo, (manco fosse la Fifth Avenue) non mi sono mai soffermata davanti alla tua vetrina.” Lui, e qua rasentiamo l’incredibile, mi fa: “Va bene, da domani darò disposizioni ai miei dipendenti di darti totale carta bianca sull’allestimento delle vetrine”. La persona più educata che io abbia mai conosciuto si è appena scontrata con la persona più cafona di questo mondo.
Atto III – “Del sottogiacca traforato”
Ma ritorniamo alla questione del mio sottogiacca traforato: questo in realtà, partiva appunto, come indumento nato, pensato, disegnato, progettato, prodotto e infine venduto, per essere indossato sotto-la-giacca, giacca che io prontamente mi sono tolta appena arrivata al ristorante. In più, avevo un delizioso foulard che però non si è dimostrato adatto all’atto del cenare (non poteva fungere da bavaglino), così anche questo è stato prontamente posteggiato sullo schienale della sedia. Finchè non mi rendevo conto di essere praticamente in lingerie, tutto proseguiva. Quando ho avuto la geniale idea di andare in bagno, purtroppo questo era arredato con un enorme specchio, che mi ha mostrato la cruda verità. Così, sulla strada del ritorno al tavolo, goffamente nascondevo con i gomiti e gli avambracci le mie femminilità. Manco a dirlo, lui fa finta di niente.
Finale coi fiocchi…
Lo accompagno a pagare il conto e il proprietario del ristorante, suo conoscente, mi dice che prima di me non aveva mai portato nessuna a cena lì, e che quindi doveva essere sicuramente innamorato. Alla fine della storia questa Bridget Jones 2 palermitana viene persino baciata appassionatamente dal suddetto uomo perfetto. E addirittura richiamata il giorno dopo. Questa volta era stato lui a fare la definitiva e più importante scelta della serata: aveva scelto me. Non chiedetemi il suo numero di telefono, non ve lo darò mai!
grazie a Gnoila per l'ispirazione e soprattutto per la materia prima... ps: è tutto vero!!!